Predichi Up, razzoli Down
Due mesi di insulti sotto silenzio, poi Ruffini apre il microfono, ma non a chi lo ha criticato
Non sarei andata ospite da Ruffini (e non mi ha mai cercata). Voglio dirlo subito, perché è la prima cosa che qualcuno obietterà: e allora vai a rispondere a casa sua. No, non si va a casa del nemico con la presunzione di spostargli il pensiero, non si accetta il campo di chi ha costruito il campo apposta. Se ci fosse stata una piazza neutra, un luogo terzo, un confronto vero, ci sarei stata, non mi sono mai tirata indietro, ma quello che è andato in scena ieri non era un confronto, era una messa in scena. E le messe in scena si guardano da fuori, si smontano, non ci si partecipa.
Ieri è uscita una puntata del podcast di Paolo Ruffini (Radio Up&Down, la sua radio), intitolata “Abili ad essere disabili”. Tema: l’inspiration porn. La critica che gli ho mosso nel reel (nella puntata del podcast di Gonzo Magazine) andato super virale. E in questa puntata, per 53 minuti, il mio nome viene fatto praticamente dall’inizio alla fine, mentre io non ci sono, nel silenzio dei presenti. Non mi interessa giudicare la sua abilità nel gestirla. Ruffini si è armato narrativamente, ha scelto il momento, il terreno, gli interpreti. L’avrebbe fatto chiunque avesse il suo potere e il suo interesse a difendersi e il risultato è lampante. Quella “fetta di torta” non è di mio gusto: è ovvia, quello che mi interessa è smontare il meccanismo, perché il meccanismo è più grande di lui e ci riguarda tutti.
Si predica bene e si razzola male.
Fai un podcast in cui ti chiedi, sono parole della descrizione, se la vera inclusione non sia smettere di elevare le persone disabili a simboli e cominciare a raccontarle come persone. Bellissimo. Peccato che per porti la domanda tu abbia preso una persona reale, con un nome e una posizione e l’abbia trasformata in un simbolo di cui discutere in sua assenza. Predichi che le persone disabili vanno raccontate come persone e intanto me persona, ti serve come argomento, come caso, come tema di puntata. La contraddizione non è un dettaglio. È la struttura stessa dell’operazione.
Non è che Ruffini mi debba salvare. Mettiamolo in chiaro subito, prima che qualcuno mi ci porti: non ho bisogno del suo scudo, non l’ho mai chiesto, non è compito suo proteggermi e non voglio che lo sia, non è questo.
È che per due mesi, sotto quel mio reel, c’è stata una processione. Ogni giorno qualcosa. Uno che mi dava della nana. Una che spiegava che “nana a casa sua non è un insulto”, come se il vocabolario di casa sua fosse legge. Uno che scriveva che “certe persone, già messe male di loro”, chissà cosa hanno nella testa per attaccare chi fa del bene. Una che mi diceva di vergognarmi. Giorno dopo giorno, per settimane, un lavorio lento addosso al mio corpo, alla mia faccia, alla mia statura, alla mia legittimità perfino di parlare.
E lui era lì, perché c’era, latente e latitante.
Non “lui non lo sapeva”, non “gli sarà sfuggito”. Era menzionato, è arrivato tutto il suo pubblico, ma non la sua reazione a una critica rivolta a lui. Vedeva. Poteva scrivere una frase, una, di quelle che avrebbero mostrato di avere considerazione del tema che vuole trattare: fermatevi, il confronto sì, gli insulti no, non in mio nome. Gli sarebbe bastato quello. Avrebbe spento tutto, o quasi. Sarebbe anche stato coerente con l’uomo che dice di essere, quello a cui la disabilità sta a cuore.
Non l’ha fatto. Non una volta. Per due mesi.
Si è seduto e ha lasciato che accadesse. Ha lasciato che i suoi mi passassero sopra, perché quella violenza, in fondo, lavorava per lui: teneva occupata la critica, la logorava, la faceva sembrare una faccenda di rancori personali invece che una questione politica. E quando il rumore si è calmato, quando il lavoro sporco era già stato fatto da altri, allora sì che ha aperto bocca. Con calma, sul suo podcast, con la sua cornice, con i suoi ospiti. Da signore, secondo lui.
Questo ha un nome e non è silenzio. Il silenzio è passivo, è assenza. Questo è altro. Questo è stare a guardare la violenza da una posizione di potere, potendo fermarla, scegliendo di non farlo perché ti conviene che vada avanti. Ha un nome preciso: è responsabilità. È la responsabilità di chi tiene il megafono e decide di puntarlo altrove mentre sotto di lui qualcuno viene aggredito. Non aver premuto il grilletto non ti rende estraneo, se avevi la chiave della stanza e sei rimasto tutto il tempo a guardare.
E poi c’è la parte più scomoda, quella che riguarda noi. E la dico con attenzione, perché non voglio che si trasformi in ciò che non è.
In quella puntata ci sono persone disabili invitate a parlare. Hanno tutto il diritto di stare su un microfono e dire quello che pensano e non sarò io a stabilire chi può sedersi dove. Il problema non è che abbiano parlato, ma il ruolo che si accetta quando ci si siede in una certa stanza, a certe condizioni e la domanda che troppo spesso non ci facciamo prima di dire sì. Perché esiste un modo di partecipare che si traveste da protagonismo ed è il suo esatto contrario. È quando ti offrono il microfono e si è così contenti di averlo che non ti chiedi chi te lo sta porgendo, contro chi e perché proprio adesso. È quando l’essere ospitati conta più del capire in che cornice ti stanno mettendo. È quando scambi la visibilità per potere, senza accorgerti che la visibilità te la stanno concedendo proprio perché non sei una minaccia, proprio perché servi a dimostrare qualcosa a spese di qualcun altro.
Chi si siede in quella stanza convinta di essere lì per sé, per la propria voce, per la causa, spesso non vede che è stata scelta come contraddittorio a un’assente. Non lo decide, magari, ma lo diventa. E il non accorgersene non è un’attenuante: è esattamente il meccanismo che funziona. Ed è questo il vero spettacolo andato in scena ieri. Non un podcast sull’inspiration porn, una dimostrazione, in diretta, di come si smonta la voce di una persona disabile senza alzare la voce: la si nomina senza invitarla, la si fa, di fatto, contraddire da altri come lei, la si trasforma in tema mentre si predica che i temi vanno raccontati come persone. E si lascia che il pubblico chiami tutto questo “confronto”. Non è un confronto. Un confronto ha due voci. Qui ce n’è una sola, moltiplicata: la sua, detta anche da altre bocche, in una stanza in cui la mia esce per bocca sua, rivisitandola e apparecchiandola di orpelli paternalisti.
Io non voglio essere il vostro tema, voglio essere una che parla. E parlo lo stesso, da qui, dove il microfono non me lo dà, né me lo toglie nessuno. La torta, la strategia, l’abilità narrativa, teneteveli. A me interessa solo che si veda il meccanismo, perché una volta che lo vedi, non puoi più dire di non conoscerlo.

Commento con un modo di dire che sa di antico e vero: parole sacrosante!