Il lockdown energetico arriva. E nei piani del governo non esiste la parola "disabilità"
Targhe alterne, condizionatori contingentati, carburante introvabile. Uno scenario di crisi che l'Italia sta per vivere e che per migliaia di persone con disabilità non è uno scenario: è già la real
Cinque distributori. Stamattina ne ho girati cinque. Tutti vuoti, o chiusi, o con la coda che non si muoveva. Sono tornata a casa con il serbatoio sotto riserva e una certezza che conosco benissimo: quello che per molti è ancora “uno scenario possibile” per noi è già adesso. È già oggi. Era già ieri.
Il governo Meloni essere all’opera per creare un piano di emergenza energetica. Il ministro Crosetto ha detto chiaramente che il rischio “tutto si blocchi nel giro di un mese” è “ciò che si teme”. Si parla di targhe alterne, condizionatori contingentati, smart working forzato, gas agli stoccaggi al 44%. Lo Stretto di Hormuz è chiuso, l’Europa trema, i prezzi salgono. Tutto vero, tutto urgente, tutto reale.
In nessuno di questi piani compare la parola disabilità. Nemmeno una volta. Nei piani di emergenza siamo sempre le note a piè di pagina. O peggio: non ci siamo proprio.
Il veicolo adattato non si sostituisce con la macchina del vicino
Targhe alterne. Sembra una misura di buon senso, tutto sommato. Funzionava nel 1973, la rifaremo. Peccato che nel 1973 non esistesse la figura del guidatore con disabilità motoria grave che guida con joystick, con comandi al volante, con una rampa idraulica per caricare la sedia a ruote. Quel veicolo non è intercambiabile. Non è “una delle due macchine di famiglia”. È l’unico mezzo di trasporto accessibile nel raggio spesso di decine di chilometri. Ha richiesto anni di pratiche INPS, di perizie, di attese, di soldi, tanti. La targa alterna, per chi guida un veicolo adattato, non è un sacrificio condiviso. È un giorno chiusa in casa. Un giorno senza autonomia. Un giorno senza poter esistere nello spazio pubblico. E questo, nei piani del governo, non è contemplato.
Se manca carburante, non è solo “non posso uscire”, è non posso andare a una visita.
Non posso lavorare. Non posso assistere. Non posso essere assistita.
Per molte persone con disabilità l’auto non è una comodità.
È l’unico spazio di libertà possibile in un sistema di trasporti che ancora oggi esclude.
“Abbassiamo il condizionatore di un grado.” Per chi?
Il piano di razionamento prevede di limitare i condizionatori “di un grado” o “di un’ora al giorno”. Lo so già come viene presentata questa misura: un piccolo sacrificio collettivo, tutti insieme, nessuno escluso. La retorica del lockdown pandemico, versione energetica.
Quello che manca in quella retorica è il corpo. Il mio corpo, per esempio. O quello di chi ha sclerosi multipla, dove il calore scatena ricadute neurologiche documentate e nominate, si chiama fenomeno di Uhthoff, esiste, non è un’opinione. O il corpo di chi ha una lesione midollare alta e non disperde calore autonomamente. O di chi ha patologie respiratorie associate a disabilità e con il caldo consuma ossigeno a un ritmo che già in condizioni normali è al limite.
Abbassare il condizionatore “di un grado” per alcune persone significa spostarsi dal sopportabile all’insopportabile. Ma la misura è identica per tutti, perché il piano è scritto per un corpo medio che non ha dolore cronico, non ha termoregolazione compromessa, non ha una sedia a rotelle che in estate diventa una trappola di calore.
Cosa succede davvero se manca energia? Succede che una carrozzina elettronica non si ricarica, che un sollevatore non funziona, che un letto elettrico resta fermo, che un comunicatore si spegne e che un ventilatore polmonare diventa un’emergenza.
Succede che la casa smette di essere un luogo sicuro.
L'articolo 11 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che l'Italia ha ratificato, stabilisce che nelle emergenze umanitarie e nelle situazioni di rischio le persone con disabilità devono essere protette. Non è un'aspirazione. È un obbligo giuridico internazionale. Qualcuno al Ministero l'ha aperto, quel documento?
La rete di cura va a benzina. E la benzina è finita.
Cinque distributori vuoti non sono solo un disagio per automobilisti che rimandano un pieno. Sono l’incepparsi di una catena invisibile che tiene in piedi la vita di centinaia di migliaia di persone con disabilità in Italia: caregiver che non arrivano, operatori sociosanitari bloccati, medici a domicilio che non trovano carburante, tecnici degli ausili che saltano gli appuntamenti.
Quella rete non ha buffer, non ha margini. Funziona esattamente al necessario, ogni giorno, senza riserve, è progettata per la normalità, non per l’emergenza. Quando si inceppa, si inceppa tutto insieme. E l’inceppo non è “un appuntamento rimandato” è l’assistenza alla persona che non arriva, è la medicazione che salta, è l’isolamento che torna.
Non stiamo chiedendo di essere esclusi dall’emergenza. Stiamo chiedendo di essere inclusi nella pianificazione. Cinque cose. Tutte già applicate in altri paesi europei:
Esenzione dai razionamenti per le utenze medicalmente essenziali nelle abitazioni private, non solo ospedali, anche case
Esclusione dei veicoli adattati dalle targhe alterne, con autocertificazione semplice e immediata
Priorità di rifornimento per caregiver e operatori sociosanitari, come già esiste per le forze dell’ordine
Soglie differenziate per i condizionatori nelle abitazioni con persone con patologie termosensibili documentate
Un piano di continuità per l’assistenza domiciliare in caso di scarsità prolungata di carburante
Perché un Paese che si prepara a gestire una crisi energetica dovrebbe, prima di tutto, sapere chi non può permettersi di restare senza energia.
Dovrebbe avere:
– mappature aggiornate delle persone elettricamente dipendenti
– priorità chiare nelle forniture
– piani di emergenza dedicati
– comunicazione accessibile e preventiva
Dovrebbe, soprattutto, smettere di considerare queste persone come una categoria residuale, perché qui non si tratta di comfort o di abitudini da cambiare, si tratta di capire chi può adattarsi e chi no. E oggi, davanti a cinque pompe di benzina vuote, la sensazione è stata molto semplice: non siamo pronti.
Non siamo pronti perché continuiamo a progettare le crisi pensando a un corpo standard, autonomo, indipendente. Un corpo che, banalmente, può aspettare, ma non tutti possono aspettare. E quando arriverà davvero un lockdown energetico, perché sì, potrebbe arrivare, la differenza tra disagio e rischio non sarà uguale per tutti.
La differenza sarà tra chi rallenta e chi si ferma. E questa differenza, oggi, non la sta raccontando nessuno.
La voce della disabilità nei piani di emergenza deve esserci adesso, non quando le misure saranno già operative. Più persone lo leggono, più è difficile ignorarlo.


