Nella quotidianità l’interdipendenza la mimetizzo. Le case sono fatte di porte chiuse, di stanze, di momenti in cui nessuno vede come funzionano davvero le cose tra due persone che vivono insieme e in cui una ha una disabilità. Al mare no. Al mare tutto è esposto, il mio corpo e anche il modo in cui il mio corpo si muove nel mondo, cioè insieme al suo. E allora quello che a casa è un gesto privato diventa, sulla sabbia, una specie di dichiarazione pubblica: guardate, questa donna ha bisogno di quest’uomo per entrare in acqua.
Per anni ho vissuto quel momento con fastidio. Non per lui, mai per lui. Per lo sguardo degli altri, che su quella scena appiccica sempre la stessa storia.
La storia è quella dell’uomo che si prende cura della donna disabile, e lo sappiamo tutti come funziona, l’ho scritto tante volte. Lui diventa il santo, il generoso, quello che “nonostante tutto”, e io divento il peso da portare, letteralmente, dato che mi porta in acqua in braccio. Una scena d’amore viene riscritta dallo sguardo esterno come una scena di assistenza, e in quella riscrittura io sparisco come partner e resto solo come carico. Come qualcosa di cui ci si prende cura, non come qualcuno con cui si sta.
Ci ho messo tempo a capire che quella lettura non descrive noi, descrive chi guarda. E che il problema non è farmi portare in acqua da Michele. Il problema è un’idea di amore, e prima ancora un’idea di essere umano, che non riesce a contenere la dipendenza dentro la normalità delle cose.
Perché la verità, quella che quasi nessuno dice ad alta voce, è che nessuno è autosufficiente. Nessuno. L’autonomia totale è una favola che ci raccontiamo, un mito che regge solo finché sei giovane, sano, e circondato da un mondo costruito su misura per te, al punto che non ti accorgi nemmeno di tutte le volte in cui dipendi da qualcun altro. Dipendi da chi ha costruito la strada su cui cammini, da chi ha coltivato quello che mangi, da chi ti ama e ti regge nei giorni in cui non ti reggi da solo. Solo che quando sei una persona senza disabilità queste dipendenze le chiami vita, relazione, società, e non ci vedi niente di speciale. Quando sei disabile, le stesse identiche dipendenze diventano assistenza, bisogno, fragilità, e ci vedono tutti qualcosa da compatire.
La differenza non è nella dipendenza. È in chi ha il potere di chiamarla normale.
Michele mi porta in acqua, e questo è un fatto d’amore, non un fatto di assistenza, e la distinzione per me è tutto. Quando lui mi solleva e mi accompagna oltre la linea dove non arrivo da sola, non sta facendo un sacrificio, non sta rinunciando a niente, non sta esercitando una pazienza da premiare. Sta facendo una delle mille cose che due persone che stanno insieme fanno l’una per l’altra, tranne che questa si vede di più perché avviene in pubblico e riguarda il corpo. Io per lui ne faccio altre, di cose, che magari non si vedono in spiaggia ma che tengono in piedi la nostra vita esattamente come le sue braccia tengono me sopra l’acqua. Le relazioni funzionano così, ci si porta a vicenda, solo che di solito il portarsi è distribuito in modo meno visibile e nessuno lo nota.
Noi lo notiamo perché siamo costretti a renderlo visibile. E per anni ho lasciato che questa visibilità mi facesse vergognare, come se il fatto che il nostro aiutarci fosse esposto lo rendesse meno amore e più problema.
Adesso la penso diversamente, e ci ho messo fatica ad arrivarci, non è una di quelle consapevolezze che ti cadono addosso in un pomeriggio. Quando Michele mi porta in acqua, la cosa che provo non è gratitudine, o meglio, non è solo gratitudine, perché la gratitudine implicherebbe che lui mi stia facendo un favore, e i favori creano debito, e nell’amore vero non ci sono debiti, c’è reciprocità anche quando la reciprocità prende forme diverse e non simmetriche. Quello che provo è la sensazione, rara e preziosa, di essere tenuta. Nel senso letterale e in tutti gli altri.
E il mare mi restituisce qualcosa che a terra fatico a raggiungere. Quando lui mi lascia andare nell’acqua alta, la gravità molla la presa, il mio corpo fa cose che sulla sabbia non fa, mi muovo in un modo che altrove mi è precluso. Ma per arrivare a quella libertà ho avuto bisogno di lui, delle sue braccia, del suo portarmi fin lì. La mia autonomia in acqua nasce dalla nostra interdipendenza fuori. Non è una contraddizione, è esattamente come funzionano le cose, per tutti, sempre: siamo liberi grazie a qualcuno, mai da soli.
Se c’è una cosa che vorrei dire a chi ci guarda dalla riva, mentre pensa di assistere a un gesto di dedizione o di sacrificio, è che sta guardando male. Non c’è nessun eroe e nessun peso. Ci siamo noi due, che ci amiamo e che tra le mille forme dell’amarsi abbiamo anche questa, più fisica, più esposta, più difficile da fraintendere solo se smetti di guardarla con gli occhi di chi crede che l’amore vero debba essere fatto di due persone perfettamente indipendenti che scelgono di stare insieme senza aver mai bisogno l’una dell’altra.
Quello non è amore. Quella è solitudine in coppia. L’amore è il bisogno che non fa paura. È qualcuno che ti porta in acqua e non ti fa sentire portata, ti fa sentire con lui.


Beautifully written. Grazie Valentina