Accessibilità non è gentilezza.
È una responsabilità pubblica. E chi la tratta come un favore sta mentendo a te, a sé stesso, al Comune che governa.
C’è una parola che sento usare ogni volta che qualcuno inaugura una rampa, installa un ascensore, mette i sottotitoli a un video istituzionale. La parola è “attenzione”. Abbiamo voluto prestare attenzione alle esigenze di tutti. Un’attenzione particolare alle persone con disabilità. Grazie per l’attenzione dimostrata da questa amministrazione. La uso tra virgolette perché merita di essere guardata per quello che è: una parola scelta con cura per trasformare un obbligo in un gesto volontario, una responsabilità pubblica in una manifestazione di buon cuore. Non è innocente. Nessuna scelta linguistica in un comunicato istituzionale è innocente.
L’accessibilità non è attenzione. Non è sensibilità, non è inclusione, quella parola che ormai compare su qualsiasi documento pubblico con la stessa frequenza e lo stesso peso specifico di “sostenibilità” e “innovazione”, che vuol dire tutto e quindi niente. L’accessibilità è un obbligo di legge e mi sono stancata di doverlo spiegare come se fosse una notizia.
Il DPR 503/96 esiste. Vi presento il DPR 503/96.
Nel 1996, trent’anni fa, quando molti dei sindaci che inaugurano rampe con il sorriso erano già adulti e già votavano l’Italia ha emanato il Decreto del Presidente della Repubblica numero 503. Non si chiama “Suggerimenti per chi ha voglia di essere carino con i disabili”. Si chiama “Norme per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici”, e stabilisce che gli edifici pubblici, gli spazi pubblici, i trasporti pubblici devono essere accessibili. Non “quando possibile”. Non “compatibilmente con le risorse disponibili”, quella frase che ho imparato a riconoscere come il modo elegante per dire “non ce ne frega”. Poi c’è la Legge 104/92, che esiste da prima ancora e che ogni tanto qualcuno cita a sproposito come se fosse una concessione invece di una tutela. C’è la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009, che all’articolo 9 parla di accessibilità come condizione necessaria per l’esercizio di tutti gli altri diritti, tutti, non uno speciale riservato a noi, ma la condizione perché gli altri esistano e abbiano senso.
Quando un Comune inaugura una rampa come se stesse distribuendo regali, non sta facendo qualcosa in più. Sta facendo, in ritardo, spesso male, quasi sempre dopo anni di denunce di qualcuno che non si è rassegnato, quello che avrebbe dovuto fare già trent’anni fa. Il minimo sindacale non si festeggia con il comunicato stampa, e l’idea che lo si possa fare mi dice tutto quello che devo sapere su come quella amministrazione concepisce il suo rapporto con i cittadini con disabilità.
Quello che non vi dicono sull’accessibilità italiana
I dati non sono comodi, quindi di solito non li trovate nei comunicati stampa delle giunte comunali. Secondo le rilevazioni ISTAT, circa il 22% delle persone con disabilità in Italia incontra barriere architettoniche nel proprio comune di residenza in modo frequente o molto frequente, quasi uno su quattro, non in un paese del terzo mondo ma qui, nelle nostre città con le loro piazze ristrutturate e i loro assessori sorridenti. Il patrimonio edilizio pubblico italiano ha un’età media che supera i cinquant’anni, e una parte enorme di questi edifici non è mai stata adeguata alle normative sull’accessibilità, nonostante le norme esistano da decenni, nonostante i soldi del PNRR siano arrivati e in molti casi siano già stati spesi per altro. L’accessibilità digitale è anche peggio, e lo dico sapendo che sembrerà un tema di serie B rispetto alle rampe e agli ascensori, ma un sito istituzionale inaccessibile a chi usa uno screen reader è un ufficio con il portone sbarrato, e non cambia molto se il portone è fisico o digitale. La direttiva europea sull’accessibilità dei siti web della PA è del 2016. Nel 2024, secondo i dati AgID, meno del 40% dei siti istituzionali italiani risultava conforme. Comuni, regioni, ospedali, scuole inaccessibili. Non per mancanza di tecnologia, che esiste e non costa una fortuna, per mancanza di priorità, che è una scelta politica travestita da problema tecnico.
Perché questa narrativa fa così schifo
Il problema non è solo che i diritti vengono violati, quello sarebbe già abbastanza grave, ma almeno sarebbe un problema semplice da descrivere. Il problema più sottile, quello che mi fa incazzare di più, è il frame dentro cui quei diritti vengono violati e poi, nel migliore dei casi, parzialmente ripristinati. Quando l’accessibilità viene trattata come gentilezza succedono tre cose precise. Chi non ce l’ha deve essere grato quando la ottiene, perché la rampa non è un diritto recuperato ma un favore ricevuto, e chi riceve favori non si lamenta, non fa pressione, non denuncia quando la rampa è rotta da sei mesi. Chi deve garantirla può esimersi senza conseguenze reali, perché se l’accessibilità fosse percepita come un obbligo la sua assenza sarebbe un inadempimento sanzionabile, mentre se è percepita come un’opzione gentile la sua assenza è semplicemente una priorità diversa, “ci stiamo lavorando”, “compatibilmente con le risorse”, “siamo sensibili al tema”. Il problema rimane invisibile politicamente, perché la narrativa della sensibilità lo colloca fuori dalla politica, nell’ambito della buona volontà personale, e la politica si fa sui temi politici mentre i favori si chiedono con educazione e si ricevono con gratitudine.
Tutto questo è funzionale a chi non vuole cambiare niente. Non è una teoria del complotto, è solo come funziona il potere quando riesce a far sì che le persone rinuncino a esigere quello che gli spetta.
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